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Come sentirsi tormentati e preferire, all'ultimo minuto, comode liste a classifiche che, alla fine dell'anno, risultano in grado di riassumere unicamente disarmonia e confusione. Perciò quello di Zombie Nation, il grande escluso insieme a qualcun'altro, forse è il disco dell'anno; e il motivo pare elementare quando la selezione, tuttora in riproduzione, sarebbe quella identica e suonata per intera se mai mi calassi nelle vesti del disc jokey di un casalingo ma alquanto gradevole stabilimento estivo. Ma c'è di più. Perché una volta smontata l'attrezzatura, già so che la destinazione sarebbe quella di un qualche parcheggio pubblico della zona periferica, sempre il solito magari, dove allora scivolerebbe addosso fluida la musica degli Intercity, raccolta in quello che forse è il disco dell'anno, che racconta di New York dall'italia però, di crescite bloccate ad uno stadio di patetica autocommiserazione, come se le stagioni non si succedessero e dalla bocca uscisse sempre fumo, che faccia caldo d'inverno o freddo d'estate. Eppure, nonostante tutto, nonstante questa stabile e impacciata pausa sempre più caratterizzante, alcuni nuovi mondi sono riusciti a schiudersi proprio sul finale. Uno di questi è derivato dalla dissennato tentativo da parte degli English Heretic, di testimoniare l'operato di Kenneth Grant, trasformando la magia in suoni che odorano di umido a non finire, che insieme a citazioni e a valzer streganti compongono quello che forse potrebbe risultare il disco dell'anno, unto, parapsicologico e spaziale. Appena prima invece, quando ancora non si volava come se si prendesse un treno, la balearica riscaldava le tiepide abitazioni di terre decisamente più fredde delle attuali, fascinose più delle attuali, luoghi di astrazione e di incontro che le parole si sprecano a tratteggiare. Ricordo che lì, con il calore manchevole, risuonavano echi da isole molto lontane, firmati jj e Washed Out, forse autori dei due dischi dell'anno, a parimerito, s'intende, con quelli di altri due cantastorie, Dan Auerbach e Mr. E degli Eels, musica riscaldamento per le mie stanze. Dentro a queste ultime, le camerette italo-svedesi, si viveva un pò su entrambi i lati: nell'ombra, calata dai Fever Ray, prolungata dal quartetto (naturalizzato inglese?) degli xx, quando soli si decidevano i loro forse come i dischi dell'anno; ma anche sotto il sole cocente di quando, in compagnia, si sognavano invece i raggi di sole riflessi sui ghiacci, anticipati dai Miike Snow, e le mega feste dove si balla la dancehall di Major Lazer, annunciati pionieri con i rispettivi album, forse dischi dell'anno. Ricordo poi quando la confusione regnava sovrana, in un'estate passata a piangere, tremare sui Paper Chase e a nobilitare il loro disco forse come quello dell'anno, riconoscendo in quelle note lo spettro di una demenza messa in piedi macabra e aleatoria, in mancanza di Mac Blackout (lui sì il grande escluso), munito di surrogati non proprio simili. Unici, ad ogni istante in grado di esorcizzarmi dalla malattia dell'amore, di quell'amore, ad esempio cantato per noi (o per me) da Julie Doiron in quel che forse è il disco dell'anno, calcato e pesante come pochi, come nessuno. Funzione simile a quella del diario dell'anno, zeppo di confidenze firmate Emmy The Great, protagonista inoppugnabile di una primavera incredibile di giorno, capace di ringiovanirmi di almeno una ventina di mesi e di evitarmi tutta una serie di situazioni disdicevoli seppur abitante di queste stesse. Ma tornando a tempi più recenti, l'autunno è stato meraviglioso, il mese di Ottobre straordinario, costruito giorno su giorno seguendo lo stupore per certi scenari e certe rivelazioni, sempre con la tranquillità di un tempo che potrà solo essere invidiato da qui o da Marzo in avanti. Il disco dei Kings Of Convenience, forse disco dell'anno, accompagnava infatti camminate irripetibili in altri luoghi, senza aver bisogno che tali canzoni trasportassero altrove un viaggiatore poco attacato alla realtà. In generale non era difficile sentire il ritmo dei propri passi a tempo con quello di una musica cosmica, questa stavolta degli Epic45, il cui disco, forse dell'anno, pari a un countdown, esauriva gli ultimi attimi di beneamata quiete, perché, senza fraintendimenti, quella dimensione, seppur ostica, manteneva stabili. D'altronde i dovuti ritagli di puro compiacimento non mancavano: evasioni al supermarket con il disco (forse dell'anno) di Jay Reatard in cuffia; vedere il disco (forse dell'anno) di Mos Def fra i battiti reali; trovarsi pochi metri distanti dalla lei dei Dead Weather, autori forse del live dell'anno; tradurre in megalomanie composizioni dalle risonanze più che altro istantanee, indipendentemente dal soggiorno svedese (col disco, forse dell'anno, di Bruno Pronsato) o dalla permanenza italiana (durante la quale le tentate storie riguardano le produzioni apocalittiche di Dakota Suite, i vampireschi ritornelli degli Hatcham Social e le argute intuizioni a nome di The Whitest Boy Alive, tutti quanti forse dischi dell'anno se presi singolarmente).
Una lista e non una classifica per accontentarmi ed evitare di regredire compiendo sforzi d'affetto immani e inutili.
Music by: All these artists
Photo by: Ernest Greene (the most amazing photographer?)

Come per altre volte mi è andato di fantasticare su svolgimenti più armoniosi di questo, taluna, più che mai, riconosco la musica in un rito, celebrato al fine di spaventare, di riportare alla luce vecchie e polverose memorie seguendo il motivo, scellerato, che tanto ha spinto in direzione di quello che a tutti gli effetti si presenta sottoforma di tentativo. Come se la nemesi avesse manipolato da sé enti finiti, pedine nelle sue mani, per riportarsi a respirare con la possibilità di intaccare un riposo stabile fino ad ora. A parlare sono solo e sempre rimembranze, spettri di esistenze trascorse a negoziare con il diavolo, nottambuli sotto una luce irriducibile e poggiati su sedie di legno scalfite ovunque. C'è di mezzo insonnia e dedizione, talmente tanta perfezione che a riceverla quale prima opera non ce ne s'immagina alcun'altra. Questo se l'esperimento va a buon fine. Giunti dove siamo è giusto e doveroso annotare quanto sia difficile interpretarlo senza uscire da quella che è la sua natura, e ancor più farlo stregati da quei pochi e spettrali innesti che intervallano la spiegazione quasi severa e mai inconsapevole della portata di certe formulazioni. Incantati, dunque, si segue il corso incerto di tale flusso ipnotico, sfamati da lugubri citazioni e dialoghi mortuari ogni tanto, così da poter tollerare trattazioni che paiono rimproveri per labili menti. Dimentichi di ciò che mostrato, aberrante per scopritori immuni a simili incantesimi di un'ora, qualora il fallimento si presentasse, tutto farebbe ritorno allo stato di placida realtà incontaminata, surreale senza un male poco accanito e concreto come questo. La scoperta di un risultato ancora sconosciuto fa parte del piano, ed è terrificante, soprattutto sentirne la responsabilità addosso, come se già presi, catturati sicari per un disegno pazzo quanto irreversibile se compiuto. Una volta entrati è infatti negata l'uscita a quelli come me che di soppiatto scrivono della frenesia qui osservata, correndo la possibilità di esser colti e "ammoniti" per così dire. Da curioso ancora cosciente la mia condizione è così scivolata; ora, attonito recluso, posso solo che saziare la mia fame di sapere incrementando il successo di quest'impresa, e la diffusione di questa musica, che già rende più felici nel mondo di quanti non ne facesse prima del mio arrivo. Una volta tanto trovo una pietra preziosa che equivale al gesto, personale, di trattare queste righe e servirle quale avvertimento per l'auto-somministrazione ad una pura e bieca operazione di ammaliamento.
Music by: English Heretic
Photo by: Solarina
Per rendere in parole il giusto merito sarebbe doveroso annoverare i pregi uno ad uno, in quella che finirebbe per essere nominata una scheda, alquanto, tecnica. Molto meglio l'introspezione; quella del tutto personale, soggettiva e miope che guida spesso e volentieri queste descrizioni, che paiono capricci il più delle volte. Quindi tralasciando tutto quel che di "tecnico" possa emergere da una visione come questa, dirigersi verso i cari, miei, "capisaldi", sembra poter rivelarsi reciprocamente utile al mantenimento di un'immagine non proprio così riprovevole quanto potrebbe facilmente balzare alla mente in questione. Quest'abbinamento non vuole pertanto essere il principio, o meglio il secondo capitolo, di una prominente successione basata sul mutuo confronto, o scambio di munizioni, bensì una consueta dedica avente quali personaggi principali il colonnello Hans Landa e il tenente Aldo Raine: differenti personalità allo sbaraglio dalle buffe qualità carismatiche, tutte riconducibili a sfere di appartenenza ben lontane da quelle comunemente considerate come dalla moralità ammirevole, o dal fascino sinistro e misterioso perlomeno. L'acume da un lato, imbastito da una certa correttezza di toni, gesti e parole che d'altro canto della bieca e scarsa ipocrisia ("mai tenere il piede in due scarpe") si figurano i copritori; la banale inadeguatezza dall'altro, che, anche in questo caso, porta sulla scena le tinte grottesche e caricaturali di una macchietta irresistibile. Due soggetti a raffronto, ma anche due (le due massime) posizioni in cui l'uomo può incappare nella realtà mai tanto vicina così scenicamente resa. Ardua si presenta la scelta per simpatia dimostrata, non tanto a colpi di cannone, quanto a beffarde e spassose espressioni facciali, che portano a millimetrica distanza dall'immaginarsi amico, meno hollywoodiano, di qualcuno e di qualcun'altro. Più facili, perché direttamente servite, risultano invece l'encomiastica premiazione e l'imprescindibile condanna; e qui si arriva al succo della questione (e della storia). Molti conoscenti hanno tentato di rinnegare un ricco insieme di direzioni, di leggi e di ordinamenti fatti a persona, acquisito e diligentemente impiegato quando la realtà delle cose, vista da questi occhi, non coincideva pienamente con quella vista da quelli. Questo insieme prende il nome di codice, e per quanto possa essere trasgredito, in momenti di mera auspicabilità a un qualcosa di "esotico", finisce sempre per tornare utile, per essere mantenuto intatto, infrangibile, come una specie di ancora di salvezza. Questo una volta che se ne possiede uno, o almeno uno conformato e completo. Il possessore (primo) di tale codice sì, farà sorridere, perché in mani meno sagge proprio non poteva capitare, ma è anche il giusto dazio all'inganno impersonato dall'apparenza, fottuta iena canaglia per stupidi cani da guardia ai quali la si fa sotto il muso. Agli accesi, desiderosi di un giudizio meno criptico dovrà bastare l'ordine totale delle cose (ri)stabilito.
Music by: Inglourious Basterds Motion Picture Soundtrack
Photo by: Yimg

Non credevo che una presunta indifferenza potesse trasformarsi in incausato interesse e viceversa. Nessuno sarà geloso, perché chi la confusione vuol portare finirà per prendere in giro sé stesso senza alcun ricavo ad eccezione del tentato assalto ad una personalità piuttosto convinta delle proprie emozioni, pertanto si proceda con l'analisi del fenomeno prima d'ora mai nemmeno supposto dal sottoscritto. Ignoravo i connotati estetici (o forse appena li intravedevo) di una dea che traspare oro dai capelli, tutto focalizzato sulle incredibili e delicate doti canore che non si riflettono, ma che sono un tutt'uno di perfezione e grazia; un angelo immacolato, bianco senza macchie di ribellione, quasi uscissero soli "sì" dalle sue labbra, estremità di un condotto per il quale scorrono armonie concilianti e dalle quali paiono esalarsi baci senza direzione. Il giusto e introvabile riscontro per cui il compromesso va a farsi fottere, lo sciroppo che oltre a fare bene è anche buono, l'eccezione perché doppione di una chiave che sembrava essere l'unica in grado di aprire la porta del mio cuore seguendo il tracciato di un amore puramente materno, precedentemente unicamente percorso da una intoccabile del "genere". Per i più curiosi di tale categoria posso ammettere che il suo sguardo non uccide mai, portandomi a riconoscere la sua apparenza realtà, quasi si trattasse del più desiderabile essere ultraterreno. Dunque solo merito per un incontro che ha dell'incredibile, che matura il suo segno ancora adesso, affermandosi quale saldo ricordo per il resto del tempo. Il brutto salto nel vuoto è invece un altro, quello che ha tutte le effettive sembianze di un rifiuto in piena regola, dell'umiliazione delle umiliazioni, che mi prende dal paradiso e mi sbatte giù all'inferno in una baleno che nemmeno me ne accorgo, l'insuccesso, l'inadeguatezza fattasi evento. D'altronde chi si aspettava che costei potesse essere l'addetta alla mortificazione altrui? Io no di certo. Perché nonostane l'espressione furbesca e quell'insieme di lineamente così arcigno, dalle melodiche compostezze dei suoi brani, sobri e altrettanto timidi, in nessun caso mi sarei immaginato una situazione del genere, tanto sconveniente quanto deludente. Per molto ho rimuginato sul reale motivo di quest'accesa noncuranza, trovando solamente due possibili spiegazioni: una, la più favorevole ma anche la più credibile, risiede nella venerabile dose di esagerata insicurezza pronunciata da una artista che possiede nuovamente del carattere umano, senza oltremodo dilagare in assicurati recinti esclusivi ai soli beneficiati (o ingiustamente encomiati); l'altra, più cruda da digerire e similmente esempio di contingenze ogni giorno ripetibili nel mondo, riporta la mia attuale smania di conoscenza alla putrida e troppo poco malmenata sfera dimora del divo (termine suggeritomi ultimamente da qualcuno, estremamente adatto alla corrispondenza in questione). Per quanti riscontri possa aver avuto, non si tratta di una differenza di matrice (danese-svedese), ma di un'inconciliabile diversità fra modi d'essere. Pertanto, irrisolto il dubbio, tocca a me decidere quale conclusione tirare; e siccome naufragare nell'incertezza, seppur ricorrente, non è il mio forte, credo di aver già dato un corretto disegno a questo duplice e opposto avvicinamento.
Music by: The Raveonettes, Taken By Trees
Photo by: Jacob Langvad
Questa composizione potrebbe richiamare a sé miliardi di interpretazioni nonostante la sua soluzione finale sia una e una sola: la rottura. Tant'è, "geniale", la divisione in parti. Io prendo in esame il male, di come esso nasca, cresca e inevitabilmente muoia un pò dappertutto. Ed è una parabola di sviluppo inversamente proporzionale al gradimento/godimento del paziente che, insaziabilmente compiaciuto dalle atmosfere di calda e passionale riscossa occupanti il finale, si riconosce già un pò involontariamente schierato dalla parte dei buoni. La partenza è infatti una pozzanghera di assemblamenti, storpi il più delle volte, ribollenti, in una fase di cottura ributtante, ancora inadatti alla funzione di sostegno almeno saltuariamente agognata quando è la tenebra a calare. E' un motore lento a carburare e che smuove solo al primo taglio, quando i battiti, adesso compatti e stellari, innescano la danza così com'è, lasciva e spontanea, movimento indifferenziato che percuote qualunque corpo si trovi nei limiti prestabiliti di questo covo, pari a un comando, a un'esigenza, a un riflesso incontrollabile. Dunque si fa notte in un baleno, nonostante le intonazioni siano differenti e riconoscibili anche internamente, sfumate a causa del sapiente impiego di chitarre elettriche (?) e altre trovate ricercate del caso. L'ombra maligna è maturata e, nel mezzo, prende voce, il cui timbro è femminile, ammaliante, posseduto. L'influenza che essa esercita è micidiale, mai imbarazzante perché non lascia sopravvissuti, quando, sulla spiaggia, sembra ormai una menade a dirigere le ostilità, dando prosieguo a questa musica sempre più muta, debole e meno soffocante. Il male sta forse svanendo? Sì. Esso è una medusa al sole, si scioglie flemmaticamente, senza opporre resistenza, mai però abbandonandosi ad una fine precoce. Gli ultimi sibilli anticipano una chiusura che sa di gloria. La mia preferita nonostante anche io avessi preso parte al rito settario di prima, ora nemmeno più un ricordo perché purificato. Ci sono voluti degli eroi per distogliermi dall'incantesimo, per liberarmi dalla perdizione incausata, giunti dal nulla, forse incamminatisi da oltre la selva, con poche armi e compagni al seguito. Quella che ritornerà alla mente solo come un'allucinazione giunge a termine senza che il suono smetta di allietare il nostro spirito, ancora a rinvenire sotto la luce del meriggio. Ora la spiaggia, appena poco fa luogo dimenticato e scenario sconsigliato, pullula di gente pronta a godersi il gaudio del proprio tempo libero. Ma questo è un altro disco.
Music by: Bruno Pronsato
Photo by: Silent Heartache
Quando mi dichiaro alle persone come mosso da una significativa istanza puramente individualista, queste indietreggiano e nell'arco di pochi secondi, elaborando, smettono di giudicarmi per poi riprendere a farlo questa volta accogliendo la mia confessione come una minaccia dalla quale prendere precauzioni. E quasi lo fanno di nascosto, silenziosi come animali (a volte sbraitando come cani), allontanando la mia mancanza di solidarietà agli angoli per non infettarsi, loro al centro di una stanza metallica coincidente con la mia. Colpevoli alla pari, sprovvisti di una consapevolezza avanzata, disconosciuta nei casi di massima e ostentata devozione al collettivismo, migrano altrove, verso campi abbastanza grandi per accoglierli tutti, dove alle effusioni alterneranno il baratto di soppiatto o quello comprensivo di gesti grossolani e parole poco gradevoli, in una farsa di attenzioni e sentenze inattendibili. Ma gli sviluppi dimostrano come anche in una piccola comunità di quindici persone, l'egoismo sia la prima, e forse l'unica, esigenza umana, indichiarata allo scopo di sostentare quell'usurato giudizio che esce un pò dalle bocche di tutti. L'egoismo vince, inevitabilmente, in ogni caso: rinchiuderlo quale bisogno costituzionale, dandosi in vendita al primo passante, mitigherebbe di astinenza quella che poi erutterebbe come un'urgenza omicida, o, anche peggio, come un suicidio se d'implosione senza fine si tratta. Non serve essere familiari, vestirsi da amici, farsi passare per fratelli acquisiti; quest'irrefrenabile macchia latente investe sempre, paragonabile ad un istinto animale solo un po più ponderato e iniquamente anticipato da parole e servigi che valgono la qualifica di "civile" per chi si sforza quotidianamente di mantenere un proprio ruolo sociale, accreditatogli da un sistema malfunzionante e obeso di bugie. Molto più semplice risulta l'accettazione, motivo basilare per la corretta riuscita di una convivenza (perché da solo non mi responsabilizzo a tal punto da non ritenere quest'ultima indispensabile), degenerata nella pellicola in discussione proprio a causa dell'incapacità dimostrata nell'accogliere un dono, nel riceverlo quale messia, compromettendo di fatto una salvezza che, anche secondo la mia immaginazione pre-conclusiva, avrebbe avuto del clamoroso. Così, trucidata la speranza, nessuno sarà risparmiato, alcuna forma di insegnamento verrà trasmessa, e ad ognuno spetteranno le conseguenze delle proprie azioni, ad esclusione di un cane, metafora spalancata per molteplici interpretazioni (dalla sua sopravvivenza al suo nome). L'orribile fotografia di un atteggiamento per nulla incline alla versatilità, da sempre parallelo al mondo solamente fatto di istinti e procacciamento, uso e disuso, corteggiamento e abbandono. Lontano da una totalità, la mia onestà si consuma ancor prima di aver incontrato altre micce, di conseguenza, utopisticamente, ignoro come potrebbe essere l'atteggiamento umano secondo la mia alternativa. Tutti hanno bisogno di qualcuno, l'importante è capirne il proposito.
Music by: Blank Dogs
Photo by: killmenow
Come preannunciato, hai fatto talmente tanto con così poco che la tua immagine ha eclissato completamente il resto dello sforzo, sostenuto anche da altri tre che insieme paiono maestri dell'esibizione, questa volta però scivolata su di un piano secondario. Quasi non mi era mai capitato di concedermi al sonno preparandomi a (ri)sognare determinate circostanze per poi andarci così vicino. Avendo quindi perso il conto delle volte di questa settimana e non considerando, o semplicemente non confondendo l'anelito spremuto fino in fondo con un curioso potere del quale potrei sentirmi dotato, il nesso si rivela nuovamente identico. Così come ti ho ammirata poche ore prima mi sei apparsa in sogno: bellissima, reale, padrona e comunicativa, solo più interessata ad un soggetto inferiore, spento e appeso a un filo come me, pienamente informato della tua dotazione di forbici e armamenti vari volti alla mia distruzione, che equivale al risveglio piacevole, ma impacciato per rilasci in piena regola, di questa mattina. Il vederti epilettica e semicosciente con le mani intorno alla bocca ha fatto nascere in me tanta preoccupazione quanto è stato il sollievo rischiarato dal finale, momento in cui l'espressione mansueta amabile di sempre è tornata indelebile e angelica più che mai. Non c'è termine più adatto per descrivere quella di ieri sera come la conferma della tua apparenza e delle mie avveniristiche impressioni innamorate. Nella fantasmagorica creazione ancora vivida e in memoria sedentaria, fra carezze (sostituite a quelle scambiate e profuse un pò ovunque) e lingue anglosassoni captate (perché tradotte?), la differenza fra di noi emergeva uguale, con te che mi dicevi di essere una rockstar poco disposta a prenderti cura di un tipo sprovveduto e volendo buffo come me, servo di un appagamento autolesionista e con la moina sempre subito pronta. Tutto quanto prevedibile e già scritto da qualche parte, senza alcun rammarico per mancate consolidazioni da fiaba, ma anzi con il tepore ancora addosso di un rapporto veramente ravvicinato (avvertivamo entrambi buone vibrazioni dal nostro contatto). E' mia intenzione, di conseguenza, non mischiare quest'indimenticabile esperienza con simili condizioni precedentemente stabilite e imposte evitando il garbo da te concedutomi, perché la qualità di certe parole sarebbe questa volta pleonastica, perché rivedo le nostre azioni e immagino quella tua di adesso così lontana e autonoma dal mio mondo che quasi, scriverne a riguardo, mi fa sembrare più imbambolato del solito. Quel che rimane costante, realtà o parvenza che sia, è però il tuo ultimo sorriso, formula invariata e invariabile su cui poggia il mio desiderio, così bello che anche se impraticabile, addirittura proibitivo, si mantiene comunque irrinunciabile.
Music by: The Dead Weather
Photo by: Ren Rox