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giovedì 8 aprile 2010

Happily ever after.

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Esistono alcuni episodi che, unici, lasciano addosso una commozione e uno sconforto tali da far risaltare la pochezza della propria vita, intera o attuale che sia. Essi dispongono di un'intensità talmente elevata da rendersi indispensabili, portando il sottoscritto a una possibilie avidità e non di meno a una concreta dipendenza da seconda visione nell'immediato. Sono fatti per essere incanto, per manifestarsi sogno di chi assiste a questo concerto di musiche, espressioni e immagini, di chi per settimane non aspetta altro che il risultato esatto a fine puntata, con tutte le variabili e le costanti del caso, con lo stupore stampato sulla faccia allo scadere dei secondi, quando ormai, ancora oggi, c'è chi scorda tutto questo in funzione di una conoscenza presunta e spacciata per troppo matura. Pari passo con la realtà, meno luccicante sopraggiunge l'estate o comunque la stagione calda dopo il gelo di certe introduzioni al buio, e lo fa secondo le sue maniere e i suoi colori tipici, persino secondo i suoi immaginabili profumi qui avvolti nel mistero che si srotola come un tappeto purpureo ricco di (ri)soluzioni o quanto meno di indizi, sempre e solo di contorno al fascino irresistibile di una scatola magica. Non soltanto più incontri "accidentali", ma ricordi e addirittura prove del fatto che il destino è uno solo, anche per tutti quelli che cercano di evaderne finendo solo per rimandarne l'appuntamento. Termina in questo modo il capitolo della storia più bella mai scritta, con l'affidamento di un nuovo compito nelle mani proprie di chi già una volta era solito salvare il mondo schiacciando un pulsante. Con le medesime apparizioni si conclude dunque (o quasi) lo stremante ciclo di viaggi nel tempo, soccorsi e rincorse facenti parte del trascorso di un uomo, il cui finale si preannuncia inedito, globale e comunque ricco di nostalgia. Adesso agli sgoccioli, più affezionati che mai, in esaurimento verso l'ultimo tremore.

Music by: Michael Giacchino
Photo by: ABC

venerdì 12 marzo 2010

Dr. Linus.

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Se, fra i dispersi, esiste personaggio in grado di risollevare le sorti di una serie andata storta dopo un principio perfetto e ineluttabile, quello è Benjamin Linus, ingrassato e menomato di una certa ferocia compromessa questa volta dai sentimenti, se quell'isola avesse abbandonato. L'atto si manifesta perciò sottoforma di redenzione, raggiunta mediante la doppia sfuggita da quella preferenza di spietatezza fine esclusivamente a se stessa: da un lato con il riscatto per la vita salva e il futuro roseo di Alex; dall'altro con la scelta (mai incondizionata) di inimicarsi la fonte di tutto il male, già predatore di altri svariati e facili successi. Il dottor Linus sarebbe stato davvero una grande figura, con le sue parole gentili per ogni benvenuto, con le manie proprie di ogni uomo che si sia dato per vinto, tristi e comiche al tempo stesso, con le pesanti cure, sopportabili a fatica ma indeclinabili; una personalità che solo al momento comincia a rispecchiarsi in quella del vero pentito, finalmente accettato e reso uno degli altri a (quasi) tutti gli effetti. La maestria sta però altrove, o meglio in altrettante poisizioni. E' infatti l'inoppugnabile e monumentale resa del tutto che ancora una volta imbambola me e chiunque altro percepisca vero freddo quando le note finali toccano l'animo rievocando memorie e, ora al grande epilogo, il susseguirsi di tutto ciò che è stato, in modo pari a niente, in tutta la sua esclusività così com'è, semplicemente disarmante. Al giro di boa l'attesa, immaginata spasmodica, si ammortizza in un lento e corto sfinimento, la cui intensità sfugge dall'essere in discussione, sicurezza caratterizzante fin dal lontano inizio. Sono dunque questi gli sgoccioli, e devo farci l'abitudine più che accettarlo. Così, a questo modo spero e mi propongo di tornare con sincronica puntualità ad esprimere le risonanze libere dei prossimi, e contati, eventi, con l'augurio che proseguano sulla linea dell'attuale. Linus is redeemed, Linus is one of us.

Music by: Michael Giacchino
Photo by: ABC

giovedì 18 febbraio 2010

Let the right one in.

Let the Right One In da martin francisco.
Una fantastica storia bianca in slow-motion. L'orrore per questa volta può pure starsene a casa. Chi ha notato questa pellicola per il gusto di godersi qualche attimo di paura, aspetti il prossimo remake statunitense perché ha sbagliato film. Perché sarà un altro film. Completamente. In questo, si tratta infatti la drammaticità del linguaggio come convenzione, della morale che all'estremo ottenebra i rapporti empatici, clandestini e sovrumani di due ragazzini e del loro più che particolare amore, con l'aspetto orrifico che è soltanto scenico (di tributo) e di contorno a tutto il resto. Una creazione che ha dell'invidiabile, amabile perché irreale ma efficace con violenza nel contemporaneo (svedese); un autentico contrasto con la c maiuscola. Di toni e di temperature, di suoni e di emozioni, di parole e di silenzi, e di gesti, ad imbottire di equilibrio la favola più rivoluzionaria mai scritta. E non si tratta di uno sbalordimento ingiustificato: durante la sua visione non è difficile accorgersi della delicatezza che sconfina oltre le atmosfere e i paesaggi, inondando di neve e di sofficità l'animo dello spettatore; ugualmente interrogarsi sulla presunta, ma reale, irruenza di certe dinamiche, che hanno un tema forte come quello dell'impossibilità alla propria base. Un accompagnamento magistrale fa poi da colonna sonora di certe scene mute, a coprire i silenzi con una vastità d'audio calibrata, protagonista e tanto lieve quanto le immagini che nel mentre scorrono, persi ad osservarle abbagliati da un grande e immenso bianco vivibile che da sempre affascina. Piacerebbe tanto tuffarcisi dentro? Forse lì per lì, perché poi tutto perderebbe di una certa e ancora indefinita "comodità di osservazione", irraggiungibile se a riconoscere se stessi si è in prima persona. Quindi, per il momento, è troppo confortevole questo alienante punto di vista per poter cambiare idea contro la natura attuale delle cose, soprattutto con un arrivo del genere. Inaspettato, ribolliva in disparte assoggettato da scarsi pareri e da un preconcetto inspiegabile (forse tutte quella nera e sbagliata "pubblicità"); che riscatto in centonove minuti, abbondante se non pieno da sbancare ed affermarsi preferito con la partecipazione unanime di tutte le componenti. Piccolo capolavoro.

Muisc by:
Johan Söderqvist
Photo by: Martin Francisco

venerdì 5 febbraio 2010

LA X.

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In tutto questo tempo ho avuto il piacere di emozionarmi e addirittura di commuovermi alcune volte, cosa che nella "realtà" non dico esuli per presunzione ma sicuramente per mancanza di cause. Ebbene coll'inizio del sesto ed ultimo periodo, che vale un finale già dal primo momento, quella che non era proprio una sistematicità (anch'io, nonostante le indecisioni, riuscivo e riesco a preferire) s'è innescata naturale dentro, con la forza di certe immagini ad imprimere sulla sensibilità. La sensibilità e l'affezione, sembrano essere proprio loro le accompagnatrici di quest'ultimo viaggio che non merita aggettivi ossequiosi pronunciati da coloro contro cui io m'indegno, senza nulla togliere alle interrogazioni che magari prima facevano anche bene. Ciò che rimane è infatti talmente prezioso da non essere sprecato con la messa in discussione del suo valore solo per la chiarificazione o meno di certe situazioni: chi ha capito bene, chi vuole ricamare le sue teorie lo continui a fare sentendosi meno ammiratore di chi invece rimane silenzioso ad accogliere tutta questa magnificenza. Detto questo, passare al succo è una letizia. Il parallelo, da sempre il vero preferito, si apre e procede sino alla fine catturando la più totale attenzione mai dedicata. Star sdraiati ad osservarne le scene non è solo toccante, ma è come se esse riguardassero un pubblico diventato ormai partecipe di certe relazioni, di certi sguardi che si leggono e s'indovinano, e l'indovinarli è un qualcosa di incredibilmente vero, perché il tremore è vero e reale, e si accompagna a lacrime di complicità. Il parallelo non ha letteralmente tempo eppure tali sguardi e tali incontri sono gli stessi, rafforzati se vogliamo. Basta con poco accorgersi della condizione e delle posizioni per migrare dalla subitanea e presunta simulazione verso un nuovo ordine di rapporti che impressiona, perché è storia nuova, perché è "come sarebbero andate le cose se", perché il destino fa il suo corso anche senza l'isola. Se poi il tutto è accompagnato da un nuovo tema musicale pensato e studiato come sintesi d'insieme dei più struggenti, l'effetto di queste immagini almeno triplica. L'ascolti, rievochi questa e tutte le altre, piangendole. Intanto, nessuno manca e ognuno è conferma, che essa sia espressa latentemente o poeticamente resa in un dialogo come questo, per cui i ruoli non sembrano e non sono più gli stessi, per cui tutto ci si aspetta tranne che una tale indulgenza, come se i mali e ciò di appreso laggiù, in qualche modo esistiti, si lasciassero alle spalle e si cominciasse da capo una nuova conoscenza, magari con l'aiuto, perché niente è irreversibile. Una premessa tanto bella non diminuirà la fiducia per un seguito suo pari, perciò il conto alla rovescia riprende colla smania placata dalla durata di un contraccolpo ancora in atto.

Music by: Michael Giacchino
Photo by: ABC

martedì 15 dicembre 2009

A basterd's work is never done.

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Per rendere in parole il giusto merito sarebbe doveroso annoverare i pregi uno ad uno, in quella che finirebbe per essere nominata una scheda, alquanto, tecnica. Molto meglio l'introspezione; quella del tutto personale, soggettiva e miope che guida spesso e volentieri queste descrizioni, che paiono capricci il più delle volte. Quindi tralasciando tutto quel che di "tecnico" possa emergere da una visione come questa, dirigersi verso i cari, miei, "capisaldi", sembra poter rivelarsi reciprocamente utile al mantenimento di un'immagine non proprio così riprovevole quanto potrebbe facilmente balzare alla mente in questione. Quest'abbinamento non vuole pertanto essere il principio, o meglio il secondo capitolo, di una prominente successione basata sul mutuo confronto, o scambio di munizioni, bensì una consueta dedica avente quali personaggi principali il colonnello Hans Landa e il tenente Aldo Raine: differenti personalità allo sbaraglio dalle buffe qualità carismatiche, tutte riconducibili a sfere di appartenenza ben lontane da quelle comunemente considerate come dalla moralità ammirevole, o dal fascino sinistro e misterioso perlomeno. L'acume da un lato, imbastito da una certa correttezza di toni, gesti e parole che d'altro canto della bieca e scarsa ipocrisia ("mai tenere il piede in due scarpe") si figurano i copritori; la banale inadeguatezza dall'altro, che, anche in questo caso, porta sulla scena le tinte grottesche e caricaturali di una macchietta irresistibile. Due soggetti a raffronto, ma anche due (le due massime) posizioni in cui l'uomo può incappare nella realtà mai tanto vicina così scenicamente resa. Ardua si presenta la scelta per simpatia dimostrata, non tanto a colpi di cannone, quanto a beffarde e spassose espressioni facciali, che portano a millimetrica distanza dall'immaginarsi amico, meno hollywoodiano, di qualcuno e di qualcun'altro. Più facili, perché direttamente servite, risultano invece l'encomiastica premiazione e l'imprescindibile condanna; e qui si arriva al succo della questione (e della storia). Molti conoscenti hanno tentato di rinnegare un ricco insieme di direzioni, di leggi e di ordinamenti fatti a persona, acquisito e diligentemente impiegato quando la realtà delle cose, vista da questi occhi, non coincideva pienamente con quella vista da quelli. Questo insieme prende il nome di codice, e per quanto possa essere trasgredito, in momenti di mera auspicabilità a un qualcosa di "esotico", finisce sempre per tornare utile, per essere mantenuto intatto, infrangibile, come una specie di ancora di salvezza. Questo una volta che se ne possiede uno, o almeno uno conformato e completo. Il possessore (primo) di tale codice sì, farà sorridere, perché in mani meno sagge proprio non poteva capitare, ma è anche il giusto dazio all'inganno impersonato dall'apparenza, fottuta iena canaglia per stupidi cani da guardia ai quali la si fa sotto il muso. Agli accesi, desiderosi di un giudizio meno criptico dovrà bastare l'ordine totale delle cose (ri)stabilito.

Music by: Inglourious Basterds Motion Picture Soundtrack
Photo by: Yimg